Dal controllo alla fiducia

Postiamo una foto, pensiamo di condividere con i nostri amici un tramonto o l’immagine di un autobus pieno nell’ora di punta, stiamo in realtà lasciando traccia del luogo in cui siamo, dell’orario in cui abbiamo scattato la foto, della marca del dispositivo usato, del nostro gestore telefonico, del percorso che facciamo per andare al lavoro e se intorno a noi piove o c’è il sole… Informazioni che saranno elaborate da attenti algoritmi per invadere le nostre timeline con pubblicità mirate di ombrelli, o servizi di sharing mobility. Probabilmente non ne siamo pienamente consapevoli, ma ciò che facciamo, praticamente ogni giorno, è produrre dati. Da cittadini-consumatori ci siamo gradualmente trasformati in “produttori” di dati.

Dal 25 maggio il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati personali (Gdpr) è operativo in tutti i paesi dell’Unione. Novantanove articoli rivolti a soggetti privati e aziende che trattano dati. Il Regolamento fa leva sul doppio binario della responsabilizzazione dei titolari e dell’accrescimento della consapevolezza da parte dei cittadini circa la sensibilità e l’importanza della protezione dei propri dati. A questo si unisce l’obbligo di informare gli utenti anche, se non soprattutto, sulle logiche di funzionamento dei sistemi automatici. Un vero e proprio “diritto alla spiegazione”, per il quale, se i nostri dati sono soggetti alle decisioni di algoritmi, dobbiamo avere la possibilità di conoscerne le modalità che ne determinano l’azione.

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Il Gdpr, inoltre, stabilisce che i dati personali devono essere facilmente portabili da un sistema all’altro in formati standard. Poche parole che sanciscono un fondamento: è l’utente a essere proprietario dei dati, e non le piattaforme, che anzi sono tenute a garantirne la trasferibilità. In altre parole, torniamo a essere a tutti gli effetti proprietari dei nostri dati, possiamo conoscere passo dopo passo le modalità della loro gestione, e abbiamo il potere di decidere di prenderli e di trasferirli altrove in qualsiasi momento.

La nostra esperienza all’interno delle comunità digitali, e non solo, cessa così di limitarci alla condizione di utenti passivi, dandoci maggiore forza contrattuale nei confronti delle aziende che hanno sin qui avuto gestione esclusiva delle nostre informazioni personali. Le implicazioni sono enormi. I dati, e le scelte che gli utenti potranno assumere in merito al loro trattamento, diventano una leva con cui è possibile persino incidere sull’evoluzione delle piattaforme stesse.

Prendiamo i social media, ad esempio, che fondano il proprio modello di business sulla raccolta dei dati, e che sperimentano modifiche agli algoritmi, sui quali si basa il loro funzionamento, direttamente sugli utenti, per studiarne poi le reazioni. Un tipo di condotta che non sarà più replicabile: in un sistema nel quale le persone possono prendersi i dati e portarli via, le piattaforme dovranno necessariamente ripensare le proprie modalità d’azione, investendo risorse in innovazione, da un lato, e dall’altro puntando sulla propria accountability per stabilire un rapporto con gli utenti fondato sulla loro reale partecipazione, sulla trasparenza e sulla condivisione dei cambiamenti.

L’obiettivo è ambizioso: rovesciare la percezione, sin qui dominante, del controllo, della manipolazione dall’alto delle nostre informazioni sensibili, e favorire il passaggio a relazioni tra aziende, dipendenti e utenti basate sulla fiducia. La privacy by design agisce sin dalla progettazione di un servizio per proteggere i dati delle persone. Ricostruire dunque rapporti fondati sulla fiducia tra cittadini e aziende, tra utenti e titolari del trattamento, proprio a partire da quell’elemento, il dato, che rappresenta oggi una risorsa dal valore inestimabile non solo per il mercato pubblicitario, ma anche, o soprattutto, per la collettività.

I dati possono darci valore, possono diventare bene comune. Ad esempio, se raccolti in forma anonima in storage dall’accesso pubblico, potrebbero raccontarci moltissimo della complessità di una città, della sua dinamica, dei suoi movimenti, del suo pulsare ritmico, del modo con cui si dipana la vita attraverso le sue strade e le sue piazze. E potrebbero essere utilizzati per migliorare i servizi pubblici, renderli più efficienti, meno costosi per il pubblico e più a misura del cittadino. Insomma, un tesoro di conoscenza collettiva che è lì, a portata di mano, ma che non viene utilizzato.

Un’innovazione che riguarderà anche, inevitabilmente, le relazioni industriali, e il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore. Prendiamo, ad esempio, il tema dello smart working, ossia, prevedere nel contratto di lavoro la possibilità di svolgere le proprie funzioni lavorative, grazie alla tecnologia digitale, fuori dall’ufficio. Da casa propria, ad esempio. Un tema che ha aperto un approfondito dibattito sui tanti aspetti che riguardano il rapporto di lavoro, non ultimo la questione della responsabilità circa la tutela della sicurezza del lavoratore.

Ma le questioni non si fermano qui. Lo smart working supera le barriere dell’ufficio e, attraverso l’utilizzo di dispositivi digitali che tracciano gli spostamenti e registrano dati sensibili del dipendente (durante una video chiamata vengono trasmessi anche elementi di contesto, informazioni sulla propria abitazione e sulle proprie preferenze), può diventare gabbia del controllo, di intrusione del datore di lavoro nella vita privata delle persone che lavorano per lui. Insomma, anche qui una questione di fiducia che il principio della privacy by design deve orientare nella direzione di un rapporto di trasparenza in grado, al tempo stesso, di tutelare il lavoratore e offrire libertà.

Naturalmente, una semplice modifica normativa, per quanto importante, non è sufficiente a produrre da sola un cambiamento di questa portata. È necessario affiancarvi la diffusione di cultura digitale, con programmi in grado di accrescere la consapevolezza delle persone circa l’importanza delle tracce personali che lasciano in rete nella loro esperienza quotidiana. Il regolamento rappresenta comunque un netto passo avanti verso una più reale integrazione europea, puntando a garantire la sicurezza delle informazioni sensibili dei suoi cittadini anche al di là dei propri confini. Un sistema di principi e regole che ci consente di assumere una posizione decisamente più innovativa e competitiva rispetto a Cina e Stati Uniti.

Una buona ragione per sentirsi europei e iniziare a “fare sul serio”.

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